Arriva quasi sempre un momento, nel tennis come nella vita, in cui la realtà supera la fantasia. Succederà venerdì 5 giugno sul Philippe-Chatrier, il tempio rosso di Parigi, quando Flavio Cobolli e Matteo Arnaldi si guarderanno dall'altra parte della rete in una semifinale storica e tutta azzurra, al Roland Garros. Due ragazzi cresciuti a colpi di Challenger sulle terre d'argilla italiana, da Napoli a Cordenons, che si ritrovano adesso a un passo dalla finale più importante della loro vita.
Il paradosso è bello e feroce: l'Italia è forte anche senza i suoi tennisti migliori. Jannik Sinner, numero uno del mondo, si è dovuto arrendere sull’incipit del torneo. Lorenzo Musetti, il più dotato tecnicamente sulla terra rossa, è fuori dai giochi per infortunio. Eppure il tricolore sventola più alto che mai sulla Ville Lumière. Perché il tennis italiano non è una squadra con un solo campione. È una generazione.
Cobolli è il quarto italiano in questo secolo a raggiungere la semifinale del singolare maschile al Roland Garros, dopo Marco Cecchinato nel 2018, Jannik Sinner nel 2024-25 e Lorenzo Musetti nel 2025. Ma stavolta la storia ha un sapore diverso, perché dall'altra parte del tabellone c'è un altro italiano. Per la prima volta in era Open, due finali consecutive del Roland Garros saranno giocate da un italiano. Una certezza matematica, persino prima che la semifinale cominci.
Il cammino di Cobolli a Parigi racconta di un giocatore che ha smesso di stupirsi di sé stesso. Romano, 24 anni, testa di serie numero dieci, ha vinto i primi tre incontri senza lasciare set per strada, ha però rischiato agli ottavi contro Zachary Svajda, andato a un passo dal quinto set. Poi, ai quarti, la prova più dura: Felix Auger-Aliassime, il canadese elegante e potente, testa di serie numero quattro. Cobolli ha perso il primo set e poi ha vinto tre volte di fila 6-4, con il punteggio finale di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 in tre ore e venticinque minuti. È stata, tecnicamente, la prima vittoria in carriera contro un top-ten in uno Slam. Non un dettaglio. Un salto di categoria.
Quella di Arnaldi, invece, è l'impresa nella impresa. Il 25enne sanremese era numero 104 del mondo all'inizio del torneo, diventando il giocatore con la classifica più bassa a raggiungere la semifinale del singolare maschile al Roland Garros dai tempi di Filip Dewulf che, nel 1997, partì dalla 122ª posizione. Una stagione travagliata alle spalle, un infortunio al piede che lo aveva fermato, e poi questa resurrezione lenta e silenziosa sulla terra rossa parigina. Ha trascorso in campo 17 ore e 42 minuti, record assoluto in un Major dal 2000 a oggi. Ai quarti ha incontrato Matteo Berrettini — l'altro derby azzurro di questo Roland Garros — e stava conducendo 7-5, 5-2 nel secondo set quando Matteo, fermato da un problema muscolare alla coscia sinistra, è stato costretto al ritiro in lacrime. Una vittoria agrodolce, che sa di destino.
Ora si ritrovano faccia a faccia, e la domanda è inevitabile: sono amici? La risposta è sì, ma con una postilla fondamentale. Lo stesso Arnaldi, in conferenza stampa, ha detto che in campo le cose cambiano. È la legge del tennis: l'amicizia si ferma al cancelletto. I precedenti tra i due raccontano una rivalità nata nei Challenger italiani e cresciuta fino agli Slam. Si sono affrontati cinque volte, sempre sulla terra rossa, con Arnaldi avanti per tre vittorie a due. L'unico precedente al Roland Garros risale al 2025, secondo turno: Cobolli vinse nettamente per 6-3, 6-3, poi cedette un set al terzo prima di chiudere 6-1. Cobolli iniziava il torneo da numero 14 del mondo e ora si affaccia alla top ten, attualmente proiettato al decimo posto in classifica virtuale. Arnaldi, dalla sua posizione di outsider assoluto, ha già dimezzato il proprio ranking e continua a stupire. Due traiettorie opposte che si incontrano al vertice.
Domani, sul campo centrale di Parigi, uno dei due farà un passo in avanti che pochissimi italiani hanno compiuto. L'altro tornerà a casa con qualcosa di inestimabile comunque: la consapevolezza di valere moltissimo. Il tennis italiano, nel frattempo, si gode questo momento strano e bellissimo. “Vorrei che uno dei nostri vincesse a Parigi”, ha dichiarato di recente Panatta. Non ci siamo molto lontani. L'assenza dei più forti ha lasciato spazio ai coraggiosi. E i coraggiosi, a volte, scrivono la storia.

