L’eterno refrain del Paese ridotto alla povertà

Scritto il 04/06/2026
da Filippo Facci

Anche sui giornali prepariamoci a infilate di titoli poveristi e grotteschi e menagrami su povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso e colpe del governo

Occhio che ci riprovano. Oggi a Roma tre sindacalisti, un sociologo e una Schlein «dialogheranno» attorno a un libro Feltrinelli titolato L'Italia che non arriva a fine mese, che è un titolo buono per il periodo Covid ma è anche la stessa falsariga portata avanti dall'autunno 2003 alla primavera 2006, quando in coincidenza del governo Berlusconi una schiera di fanfare dipinse un Paese disperato con le «famiglie che comprano a rate anche il latte» (Ballarò, 22 febbraio 2005) o con «le bambine lasciate morire di stenti» (sempre Ballarò) e ciò senza contare i «due milioni di bambini poveri» inventati dall'Eurispes nel novembre 2004: un'impalcatura da suicidio, picchettata dalla nota sindrome della quarta settimana. Accadeva mentre l'Ulivo commissionava alla Pan advertising il manifesto più menagramo della sua storia politica, appunto: «Arrivi a fine mese?». Ora ci riprovano, da Ballarò si passerà a Dimartedì, e sarà un leitmotive frastornante sino alle Politiche del 2027: le avvisaglie le abbiamo viste nei talkshow e in qualche filastrocca già imparata a memoria, brevi dichiarazioni in cui, se chiedi a un parlamentare che ore sono, o che tempo che fa, ti risponde che l'Italia è un paese allo stremo in cui le famiglie non arrivano a fine mese e patiscono ogni sorta di privazione. Vent'anni fa la Cgil scriveva che «molti pensionati oramai non arrivano nemmeno alla terza settimana» e insomma: anche sui giornali prepariamoci a infilate di titoli poveristi e grotteschi e menagrami su povertà, ri-povertà, disoccupazione, declino, tensione sociale, ceto medio scomparso e colpe del governo. Sostenere che fossimo alla fame era un vero trend: persino Luca di Montezemolo, nel Natale 2004, tuonò contro «la fase più critica dal Dopoguerra» che è una frase che oggi andrebbe anche bene, se comprendessimo che l'economia è appesa alle guerre, ma che le guerre, oggi, sono altre. Non che manchino i problemi: già allora, vent'anni fa, c'era l'embrione di quella stessa divaricazione che oggi contrappone un ceto medio declassato e uno che invece sta meglio di prima: ma, forse, non è ancora un'Italia che si senta così povera da mettersi nelle mani, per dire, di Schlein e Conte. Il titolo più memorabile comunque fu quello di Repubblica del 30 giugno 2005: «Tutti in ferie per scordare la crisi», come a dire: tutti al ristorante per scordare la fame.